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Miyazaki, le streghe...e uno stregone di Francesca Camerino

Hayao Miyazaki, tra gli animatori più geniali di tutti i tempi, sa come affascinare, come incuriosire con la sua magia. Adulti e bambini. Perché i lungometraggi hanno diverse chiavi di lettura e anche i film che sono destinati agli adulti possono essere comprensibili ai più piccoli. L’importante è che mamma e papà siano accanto a rispondere alle loro domande.

Le storie sono popolate da creature meravigliose, spiriti positivi e rassicuranti, demoni e streghe. I personaggi sono tratti dall'universo mitologico e favolistico del Giappone ma sono rappresentati in maniera molto vicina alla nostra realtà.

Ma qui parliamo in particolare di streghe, tema molto caro al nostro gruppo di lettura LIA, di cui ci siamo occupati, raccontando e raccontandoci una lunga serie di albi illustrati per bambini che hanno come protagoniste queste creature magiche, nel mese di novembre 2014.  

Le streghe degli anime di Miyazaki.

Indovina gli autori #7: Strega Cornabicorna, Magali e Pierre, e il gusto di ridere

Dal cuore della Francia storica e romantica, tra Poitiers e la Provenza, nasce la Strega Cornabicorna, il personaggio chiave del libro da indovinare questa settimana.




Figlia di Magali Bonniol, illustratrice dolce, amena e delicata, e di Pierre Bertrande, cantastorie colto e sensibile, la Strega viene messa nel sacco dal piccolo Pietro, che non si intimorisce di certo davanti alla chi vorrebbe costringerlo a mangiare una zuppa!

Conosciamo meglio i nostri autori.





Magali nasce nel 1976 e vive la sua infanzia in Provenza, terra profumata e romantica. I suoi album da disegno si riempiono presto di schizzi che ritraggono quello che vede e immagina: come una giovane Beatrix Potter, passa i suoi giorni a disegnare e creare mondi magnifici. Le sue storie infantili sono quelle che più segneranno il suo stile, e che daranno collante alle vicende che racconta.

Due sue storie, Rien faire e Pipi dans l'herbe, editi in Francia da L'ecole des loisirs, raccontano la sua infanzia, di quando giocava con la sorellina minore ai giochi più semplici: le ombre cinesi, staccare fili d'erba con i piedi, muovere le orecchie.
"La felicità è spesso basata sulle piccole cose", afferma, e tutto dei suoi lavori lo esprime.
Frequenta senza grande successo la Scuola di Belle arti di Marsiglia, ma l'espressione libera di se stessa e del suo mondo interiore cozzano con i dettami accademici.


Oltre ai suoi libri, inizia a illustrare storie di altri autori; conosce così Pierre Bertrand, il cui sodalizio e amicizia vanno avanti fino ad oggi.




Nato nel 1959 nella cittadina di La Rochefoucauld, Pierre Bertrand è un cantastorie: ha girato la Francia a raccontare storie ai bambini e adulti. A ventiquattro anni è diventato un educatore specializzato, ed è nel lavoro con bambini con disturbi psichici che ha cominciato ad utilizzare la narrazione come strumento terapeutico. Incontri con grandi narratori hanno arricchito e alimentato la sua vocazione.




Pubblica 6 libri in Francia, di cui due (di Cornabicorna) tradotti in Italia da Babalibri, tutti illustrati da Magali.

Nel 2003 il primo libro della Strega Cornabicorna diventa un successo. Ne seguono due: La vendetta di Cornabicorna (2010 in Francia) e Cornebidouille contre Cornebidouille, uscito nel 2013 sempre in Francia. Attendiamo anche qui la traduzione dell'ultimo libro!



Leggendo Cornabicorna ci chiediamo subito se la storia abbia un risvolto didattico, e se sia adatta ad un pubblico di piccoli. 
Conoscendo meglio i suoi autori mi sono fatta un'idea precisa. La storia è ironica, divertente, anarchica. E' un gioco per bambini che vogliono ridere. Immagino Pierre che lavora con i suoi bambini e li fa ridere di gusto. E io voglio ridere con Magali e con Pierre, e con i loro personaggi irriverenti e divertenti solo per il gusto di farlo.

Valeria

Immagini raccolte anche in:


Cornabicorna – la scheda


CORNABICORNA
Titolo: Cornabicorna
Autore: Pierre Bertrand
Illustratore: Magali Bonniol
Traduttore: Federica Rocca
Editore: Babalibri (9 febbraio 2012)
ISBN: 978–88-8362-252-6

Un piccolo riassunto? Pietro odia la minestra e, di fronte all'insistenza di genitori e nonni la sua risposta è secca e ferma: “Nooo, non voglio”. E immancabilmente si ritrova a letto con la pancia vuota finché una notte succede una cosa strana…Pietro incontra la tanto temuta strega Cornabicorna, quella che il babbo diceva sempre sarebbe arrivata. Alla fine Pietro mangerà la minestra? Chi riuscirà ad averla vinta? La strega coi suoi metodi aggressivi o Pietro usando la testa?

Una frase: “Nooo, non voglio!”

Per che età? 5 anni e oltre

Valutazione: è più importante imporre la propria autorità genitoriale oppure sfruttare certe situazioni per conoscere qualcosa in più dei nostri bambini? Una simpatica storia fatta di incalzanti “batti e ribatti” che fa riflettere sul valore del dialogo e sul riconoscimento della dignità di ciò che i nostri figli sentono e di quanto siano inefficaci, diseducative e inadeguate strategie quali minacce, ritorsioni, ricatti, seduzioni, paure e chi più ne ha più ne metta.

a cura di Olga, gruppo di Verona














Clarissa, Vassilissa, la bambola e la Baba Jaga: “Donne che corrono coi lupi.”


Ultimamente, da quando sono entrata nel ‘fantastico’ mondo di LIA, sono sempre più convinta che “Nulla accade per caso e tutto torna”: non è un caso che io sia qui, come non è un caso che LIA sia entrato nella mia vita proprio in questo momento e tutto, sicuramente molto, torna e ri-torna.
Mi sono tornate storie lette in passato altre, dimenticate al punto che credevo di non averle mai lette o sentite, mi sono ritornate alla memoria, e con esse molti dei miei studi passati.

Quello che segue è un ritorno di una lettura fatta tanti anni fa di un libro di Clarissa Pinkola Estés e che, grazie al tema del primo incontro, ho ripreso dalla libreria :
"Donne che corrono coi lupi. Il mito della Donna Selvaggia ", Frassinelli, 1993. Tutto quello che leggerete qui arriva da lì, io ho solo aggiunto qualche pensiero mentre lo trascrivevo per voi… per noi tutte che coi lupi abbiamo iniziato.
lupi
Clarissa
L'Autrice, oltre che Psicoanalista e studiosa di etnologia, è una cantastorie, una "cantadora", secondo la definizione della sua stirpe ispano-messicana. Utilizza le storie in terapia con le sue pazienti, spesso seguendone il materiale onirico che contiene intrecci e storie, per rintracciare “il mito o la fiaba-guida che contiene tutte le istruzioni di cui una donna ha bisogno per il suo sviluppo psichico”( pag. 14).
Le storie infatti”, secondo l'Autrice, “sono un balsamo. Hanno un tale potere: non ci chiedono di fare, essere, agire, - basta ascoltare. I rimedi per reintegrare o reclamare una pulsione psichica perduta si trovano nelle storie…. sono disseminate di istruzioni che ci guidano nelle complessità della vita” (pag. 15). Nel senso più antico le storie sono un'arte curativa, sono medicine, “…mettono in moto la vita interiore, e ciò è particolarmente importante là dove la vita interiore è spaventata, incastrata o messa alle strette” (pag. 20). Attraverso di esse, scrive l'autrice: “maneggiamo energia archetipica” che porta a cambiamenti. Clarissa Pinkola Estés, attraverso un lavoro di ricerca, ha raccolto un’ingente mole di materiale attinto dalle fiabe, dai miti, dai racconti popolari ha raccolto, studiato, creato storie lungo tutta la sua vita personale e di psicoanalista.
Personalmente, e come psicologa psicoteraeuta, condivido che “Le storie sono e saranno sempre molto più antiche dell’arte e della scienza della psicologia” (pag.19).
Per Clarissa la storia di Vassilissa è una di quelle “storie da usare come vitamine per l'anima”, infatti nel suo libro, al capitolo 3, “Alla scoperta dei fatti: il recupero dell’intuito come iniziazione”, troviamo l’antico racconto russo “Con la bambola in tasca: Vassilissa la Saggia” che all’autrice “è stato porto da zia Kathé”.
La storia si narra in Russia, in Romania, Juguslavia, Polonia e tutti i paesei baltici. Talvolta è intitolata La Bambola, oppurre Vassilissa la Saggia.
Questa antica fiaba, le cui radici archetipiche risalgono ai culti dell'antica dea-cavallo anteriori alla cultura greca classica, è una storia di iniziazione femminile, come recupero dell'intuito, tesoro e grande potere della psiche della donna.
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Vassilissa e la Baba Jaga
«Sono le mie ultime parole, bambina mia. Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto,domanda alla bambola che fare,e sarai assistita.Tieni la bambola sempre con te. Non parlarne con nessuno,e nutrila quando ha fame. Questa è la promessa di mia madre,e la mia benedizione».
Vassilissa è la storia del passaggio di madre in figlia, da una generazione all’altra, del potere femminile dell’intuito. Questo grande potere, l’intuito, si compone di capacità di veder dentro, di ascoltare, di sentire e sapere veloci come il fulmine (pag. 81).
L’autrice spiega che, per afferrare davvero questo racconto, è necessario capire che tutte le sue componenti , tutti gli aspetti della storia, appartengono e rappresentano un’ unica psiche di un'unica donna nel suo processo di iniziazione.
L'iniziazione è qui messa in atto attraverso nove compiti che la bambina Vassilissa deve portare a termine, dopo la morte della madre, presso la strega Baba Jaga a cui è stata inviata dalla matrigna e guidata dalla bambola lasciatale in eredità dalla madre.
Nel rito della vecchia dea selvaggia, la Baba Jaga, i compiti dell’iniziazione sono nove:
1. Consentire all’Ottima madre di morire,
2. abbandonare l’Ombra Primitiva,
3. la Navigazione nell’Oscurità,
4. affrontare la Strega Selvaggia,
5. servire il Non Razionale,
6. selezionare e separare,
7. domande sui misteri,
8. stare a quattro zampe,
9. riplasmare l’Ombra.
L'iniziazione di Vassilissa comincia con l'imparare a lasciare morire quel che deve morire.Ciò significa lasciar morire i  valori e gli atteggiamenti della psiche che non la sostengono più.
Dopo la morte della mamma, il padre di Vassilissa si risposò. La famiglia acquisita di Vassilissa è un ganglio intra-psichico che comprime il nervo della vitalità della vita. La matrigna e le due sorellastre entrano come un coro di streghe irridenti e dileggianti. “Non ce la farai. Non sei abbastanza brava. Non sei abbastanza coraggiosa. Ti è permesso di fare questo soltanto e nulla di più.” Siccome Vassillissa non è ancora del tutto consapevole del suo potere, lascia fare ed esegue ogni giorno i lavori domestici senza lamentarsi. Sottomettersi senza lamentarsi è apparentemente eroico, ma in realtà provoca un apprensione sempre maggiore e un conflitto sempre più grave tra due nature antitetiche, una troppo buona e l’altra troppo esigente. Questa pressione va verso uno sbocco positivo. La matrigna e le sorellastre non vedevano l'ora di sbarazzarsi di lei. Permisero al fuoco del camino di esaurirsi,obbligando Vassilissa ad andare nel bosco, al buio e sola, alla ricerca della casa della Baba Jaga per farsi donare il fuoco, nella speranza che la strega l'avrebbe uccisa. Si potrebbe dire che Vassillissava dalla Grande Strega Selvaggia perché ha bisogno di un grande spavento, e il fuoco che si estingue l’ aiuta a sfuggire alla sottomissione. Simbolicamente sono rappresentati i compiti psichici, nel passaggio all'adolescenza, quando scompare la dolce e protettiva madre dell'infanzia e devono essere affrontate sfide, ostacoli per recuperare la propria natura istintiva. Se restiamo troppo a lungo con la madre protettiva dentro la psiche, ci troviamo ad ostacolare tutte le sfide che ci pongono e a bloccare pertanto ogni ulteriore sviluppo. E’ necessario accettare che la madre psichica vigilante, protettiva, non sia adatta come guida centrale della propria vita istintuale futura.
«Lasciamo il capezzolo e impariamo ad andare a caccia» (pag. 86) incoraggia Pinkola con un'eloquente immagine.
La storia sottolinea come conservare o ricostruire, se è stato depauperato, l’intuito primordiale della donna madre-interiore, l’archetipo che dà energia, che sa dove andare, quando e come fare ciò che dobbiamo fare. Quindi accettare di avventurarsi nel luogo dell’iniziazione profonda e cominciare a sperimentare l’essere nel proprio potere intuitivo. Imparare a sviluppare una sensibilità, basandosi sulla nostra intuizione interiore. L’intuito non esiste di per sé ma va nutrito alimentato “nutrila quando ha fame” dice la mamma a Vassillissa riferendosi alla bambola, e lo si può fare solo fidandosi di lui e quindi usandolo. Nel bosco, a ogni biforcazione,Vassilissa infilava la mano nella tasca e consultava la bambola.«Devo andare a sinistra o a destra?». La bambola rispondeva con un sì o un no. E diede alla bambola un po'del suo pane mentre camminava e seguì quanto sentiva provenire dalla bambola.
Giunta davanti ad una strana casa Vassilissa consultò la bambola «È questa la casa che cerchiamo?» e la bambola rispose «Sì, è questa la casa che cerchi».
La Baba jaga si mostrò a Vassilissa urlandogli: «Che cosa vuoi? »
La fanciulla tremava.«Nonna,sono venuta per il fuoco,la mia casa è fredda,i miei moriranno,ho bisogno del fuoco».
La Baba Jaga, dietro il suo aspetto spaventoso, è anche Madre Selvaggia e maestra che insegna a Vassilissa i grandi poteri selvaggi della psiche femminile, i poteri dell'intuito.
La Baba jaga di rimando disse: «Oh,sììì,ti conosco e conosco i tuoi. Dunque essere inutile,hai lasciato spegnere il fuoco,non è bella cosa da farsi. E per giunta cosa ti fa pensare che ti darò la fiamma?».
Vassilissa consultò la bambola e si affrettò a rispondere: «perchè chiedo».
La strega gradì la risposta ed accettò di darle il fuoco ma non prima che Vassilissa si fosse occupate di certe incombenze, difficili, quasi impossibili, e un suo errore gli sarebbe costata la vita.
Vassilissa dopo aver ricevuto la lista delle cose da fare entro la mattina seguente si sentì quasi svenire.«Oh,come potrò fare?» Infilò la mano in tasca e la bambola sussurrò «Non preoccuparti ci penserò io» Quella notte la Baba Jaga dormì come un ghiro. Vassilissa cerco di separare i semi di papavero dalla sporcizia. Dopo un po' la bambola disse:«Ora dormi,andrà tutto bene».
Una sera la Baba Jaga s'accorse che Vassilissa la osservava «Cosa hai da guardare?» le disse. «Posso farti qualche domanda Nonna?». Vassilisa chiese dei Cavalieri del bosco,ma quando stava per chiedere del paio di mani che comparivano e scomparivano,la bambola cominciò a saltare nella tasca allora disse: «No,nonna. Come tu stessa hai detto, troppo saprai presto invecchierai».
La Baba Jaga si sorprese di tanta saggezza e chiese: «Come hai fatto a diventare così saggia alla tua età?» Vassilissa rispose: «Grazie alla benedizione della mamma».
Sentito ciò la strega si agitò :«Non voglio benedizioni qui» prese il bastone con il teschio ed il  fuoco e lo diede a Vassilissa cacciandola via in fretta.
Alla fine, invece di essere uccisa e divorata dalla Strega come desideravano la matrigna e le due sorellastre, la piccola orfana riceve da Baba Jaga anche un teschio acceso su un bastone, da portare con sé ritornando a casa.
La luce del teschio è ulteriore rappresentazione dell'intuito e della consapevolezza profonda. Un modo fondamentale per mantenere il collegamento con il selvaggio è infatti chiedersi che cosa si vuole veramente, quali sono i desideri più profondi, discriminando e individuando le «cose che chiamano dall'anima» (pag. 112).
“Lasciar morire le cose è il tema della fine del racconto. Vassilissa ha imparato bene. Si agita quando il teschio fa bruciare le maligne? Neanche per idea. Muoia dunque, quel che deve morire. “
Vassilissa fece ritorno a casa trionfante  perché era sopravvissuta al viaggio e aver portato a casa il fuoco. Ma il teschio sul bastone osservava ogni mossa delle sorellastre e della matrigna, e la mattina seguente il teschio aveva bruciato e ridotto in cenere il malvagio terzetto.

L'epilogo della storia vede la protagonista "vittoriosa" sulla sua iniziazione. Vassilissa ha imparato a seguire la sua conoscenza, a lasciare vivere quello che può vivere e lasciare morire quello che deve morire.
“Come prendere una simile decisione? Si sa. La que Sabé sa. Interrogatevi dentro per avere il suo consiglio. Alla luce del teschio fiammeggiante, sappiamo.”
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La bambola
«Ecco, questa bambola è per te, tesoro mio», sussurrò la mamma, e da sotto le coperte tirò fuori una bambolina che come Vassillissa indossava stivali rossi, grembiulino bianco, gonna nera e corsetto ricamato di tanti colori.
La Bambola di Vassilissa viene dalle provviste dell'Antica Madre Selvaggia. Le bambole sono uno dei tesori simbolici della natura istintuale. Nel caso di Vassilissa la bambola rappresenta la piccola forza istintuale vitale che è fiera e insieme tollerante. Qualunque sia la confusione in cui ci troviamo,vive una vita nascosta dentro di noi.
Da secoli l'umanità ha sentito che le bambole emanano santità e manà -una presenza terrificante e irresistibile che agisce sulle persone cambiandole spiritualmente-. I musei de mondo sono pieni zeppi di idoli di figurine di argilla o di o di legno e di metalli vari. Le figurine del paleolitico e del neolitico sono bambole. Le gallerie d’arte sono piene di bambole. Sono usate nei riti, nei rituali, nel wodoo, negli incantesimi d’amore. Sono talismani ch ericordano all’altro il proprio potere. La bambola è il simbolico homunculus. È simbolo di quanto sta sepolto di numinoso negli esseri umani. È un piccolo risplendente facsimile dell'io originale. Superficialmente è soltanto una bambola, ma inversamente è un pezzettino dell'anima che porta tutta la conoscenza del più grande anima-io. Nella bambola c'è la voce, in piccolo, della vecchia La Que Sabè.
Colei che sa.
La bambola è legata ai simboli del folletto, dell'elfo, dello gnomo, della fata, del nano. Nelle favole rappresenta una profonda pulsione di saggezza nella cultura della psiche. È la creatura che continua nel lavoro interiore, instancabile, lavora anche quando dormiamo, quando non siamo del tutto consapevole di quanto mettiamo in atto. La madre ha offerto un grande dono legando l'una all’altra,Vassilissa e la bambola. Essere legati al proprio intuito significa promuovere una grande fiducia in esse, cambia l'atteggiamento che guida la donna da “che sarà,sarà” a “fammi un po' vedere tutto  quel che c'è da vedere”.
Cosa fa per le donne questo intuito selvaggio? Come il lupo, l'intuito ha artigli che squartano e inchiodano, ha occhi capaci di vedere oltre le corazze dei personaggi e orecchie per udire oltre le chiacchiere. Con questi formidabili strumenti psichici la donna assume consapevolezza animale acuto e persino cognitiva..
Vassilissa per strada alla ricerca del fuoco non può far altro che ascoltare la voce interiore che viene dalla bambola.Vassilissa sta imparando a fidarsi di questo rapporto ma cosa ben più importante sta imparando a: nutrire la bambola. Come si nutre l'intuito? Lo si nutre di vita, ascoltandolo.
La relazione tra la bambola e Vassilissa simboleggia una forma magica empatica fra la donna e il suo intuito. Questa è la cosa da passare di donna in donna, questo felice legame e nutrimento dell'intuito. Come Vassilissa impariamo ad ascoltarci ad ogni svolta: destra o sinistra,vado avanti o mi fermo.
Le bambole servono come talismani.I talismani rammentano quel che si sente ma non si vede, quel che è così ma non immediatamente evidente. Il numen talismanico della bambola è lì che ci rammenta, ci dice, guarda davanti per noi. Questa funzione intuitiva è una ricettività massiccia e fondamentale. Non la ricettività della psicologia classica, che è un contenitore passivo. Ma la ricettività nel possedere accesso immediato a una saggezza profonda che arriva fin nelle ossa delle donne.
Ci sarebbe stato tanto altro da scrivere ed approfondire ma lascio a voi la scelta di farlo… con la vostra bambola in tasca.
Nadia Porfido
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tratto da “ Donne che corrono coi lupi. Il mito della Donna Selvaggia” di Clarissa Pinkola Estés, Traduzione:Maura Pizzorno, FrassinelliEdizione: 1993 Pagine: 503 Prima edizione: 1992
Titolo originale: Women who run with the wolves


























































Indovina l'illustratore #6: Benjamin Lacombe, l'enfant prodige dell'illustrazione francese

Benjamin Lacombe, parigino doc classe 1982, è l'illustratore del nostro gioco della scorsa settimana.




Il suo Biancaneve è riconoscibile tra mille: i suoi personaggi sognanti, gotici e onirici stanno entrando da alcuni anni nell'olimpo delle illustrazioni d'autore.





Diplomato alla Scuola Internazionale di Arti Decorative di Parigi, ad appena 24 anni pubblica il suo primo lavoro, Cerise Griotte, che viene immediatamente inserito dal Times nella lista dei 10 libri illustrati migliori del 2007 negli Stati Uniti.




Con un inizio del genere Lacombe non poteva non scalare velocemente ogni traguardo artistico e commerciale: mostre personali, opere tradotte in tutto il mondo, riconoscimenti e marketing sono dalla sua parte.




Il suo stile rientra secondo molti dell'arte Lowbrow, un movimento artistico originario negli anni '70 e rinato attorno al 2006, con tratti gotici, surreali, punk, ma anche pop e kitsch, che oggi predilige il macabro e talvolta il sarcastico. Molti invece vedono nelle sue opere l'impronta dei Preraffaelliti, del '400 italiano e dell'arte fiamminga. Sta di fatto che Lacombe viene analizzato come un artista fatto e finito, onore che spetta a ben pochi illustratori.


Le Streghe nelle opere lacombiane sono state rappresentate in modi differenti: hanno tratti animaleschi e gotici come in Biancaneve o dolci e malinconici come in Le petite Sorcier (La piccola Strega). 




Il tema delle streghe lo appassiona portandolo nel 2008 alla pubblicazione de Le Grimoire de Sorcieres (il Grimorio, il libro magico, delle streghe).

Le protagoniste dei suoi libri, quasi solo donne, sono eroine romantiche e tristi, dagli occhioni spalancati e meravigliati: Ondine, l'acclamatissima Madame Butterfly e le altre hanno in comune una sorta di malinconica e ineluttabile visione del mondo. Quando sfoglio un suo albo immagino che il lieto fine sia impossibile, oppure silenzioso e nebuloso. Ecco forse perché Lacombe è molto apprezzato tra gli adulti e ha creato albi illustrati indirizzati esclusivamente a loro, come Les contes macabres o Notre-Dame de Paris.




Una curiosità: i suoi amati cani sono fonte costante di ispirazione e spesso fanno capolino nelle sue opere a sorpresa.



Valeria

Indovina l'illustratore #5: La Scopa della Vedova: come l'autore di Jumanji ci racconta le sue Streghe

La Scopa della Vedova è una storia scritta e illustrata dal grande Chris Van Allsburg.





Per una strega la sua scopa, si sa, è un mezzo di locomozione eccellente. Ma cosa succede se la scopa si inceppa e smette di volare? Che la strega è costretta a lasciarla per un'altra.
La povera Scopa, che ha un'anima non solo di legno e saggina, cerca di farsi allora adottare dalla vecchia Minna Shaw, una povera vedova che si affeziona immediatamente: trova in lei un'aiutante nelle faccende domestiche più faticose e una dama di compagnia che suona anche il pianoforte!

La Scopa della Vedova


Gli abitanti del villaggio dove vive Minna purtroppo non vedono bene la nuova arrivata: forse per gelosia, forse per paura, forti di un alterco tra la Scopa e dei monelli, decidono di bruciarla. Sì, proprio come avrebbero fatto con una vera strega,  la catturano nel sonno, la legano e accendono un rogo.
Minna triste e sconsolata, senza altre possibilità, consegna la scopa e il falò è fatto. Ma i suoi compaesani non hanno fatto i conti con il fantasma della Scopa, ben decisa a non lasciare impuniti i suoi tormentatori.


Il finale a sorpresa è la ciliegina sulla torta di questo godibilissimo albo illustrato del 1992, tradotto ed edito nel 2013 dalla Logos.



Ma chi è Chris Van Allsburg?
Architetto, scultore, scrittore e illustratore, lo statunitense 65enne èil vincitore di ben due Medaglie Caldecott (tra i massimi riconoscimenti americani per la letteratura per l'infanzia, facendo compagnia a Sendak e a Il paese dei Mostri selvaggi, tanto per citare!) con due libri diventati anche film Cult: Jumanji (nel film Robin Williams!) e Polar Express.
Ora capite l'importanza di Van Allsburg??


Jumanji


La scopa volante è sempre stata il biglietto da visita riconoscibilissimo della appartenenza “demoniaca” delle streghe: solo l'intervento del diavolo, amico e amante delle streghe, può animare il pezzo di legno. In riti antichi la scopa spazzava e purificava il luogo prima della pratica magica, o poteva servire a scacciare l'anima dei morti. Non è un caso allora che autori o illustratori famosi ritraggano Strega e Scopa in strettissimo connubio, o addirittura le dedichino, come in questo caso un'opera intera.



Valeria





STREGHE SI NASCE O SI DIVENTA? - una guida studia prima dell'incontro

Le prime "streghe" vengono fatte risalire ai tempi dei greci per i quali la figura della maga era l'unica figura di donna con poteri misteriosi. Le figure temute erano quelle di donne "troppo belle" che esaltavano la loro bellezza creando polveri cosmetiche  e unguenti grazie ad una profonda conoscenza erboristica.

Basti pensare a Circe, splendida donna che ossessionava gli uomini con il proprio fascino (uomini che considerava porci - vedi Odissea), a Medea di Euripide dagli occhi splendidi e luminosi, oppure le Baccanti (o Menadi) giovani fanciulle che danzavano nude o travestite da animali, divoratici di uomini.

Circe , Edward Burne-Jones

Anche due divinità greche compivano sortilegi: Selene (la luna) confidente delle maghe e Ecate donna potente e fiera, funesta e distruttiva.

I romani daranno la svolta negativa a queste "figure" grazie a Ovidio che utilizzò il termine "strix" (che sarebbe il nome scientifico di alcune famiglie di rapaci) che si mutò in "striga" nel latino popolare, da cui deriva il più moderno "strega". Questo rapace era però descritto come un animale che succhia il sangue agli infanti.

Con Plinio le "striges" si recano dai lattanti di notte sotto forma di pipistrello per avvelenarli allattandoli.

Sempre in epoca romana si narra che Lamia (amante di Giove alla quale Giunone gelosa, uccise i figli) chiese a Giove la capacità di trasformarsi in animale dallo spirito maligno. 

Lamia (first version) by John William Waterhouse (1905)

Anche per i Sassoni, i Franchi e i Longobardi, le streghe saranno divoratrici di sangue e carne.

Queste streghe ante litteram restarono sospese tra bene e male, ammirazione e diffidenza, desiderio e repulsione, a causa di una letteratura al maschile, attratta da queste donne bellissime e sapienti, dalle quali dovevano proteggersi indicandole come tentatrici.

Le origini della strega come appare nell'immaginario odierno, sono da far risalire all'epoca dell'inquisizione, periodo storico durante il quale il culto religioso era alla base della società e pertanto guarigioni "miracolose" con tisane o impacchi erboristici erano considerati alla stregua di sortilegi.

A questo punto della storia, letteratura antica, racconti orali, documenti storici di donne condannate al rogo e ovviamente cultura patriarcale (per non dire maschilista) fondono i vari elementi, trasformando donne conservatrici di rituali antichi e ottime conoscitrici degli elementi naturali, in donne che possono assumere sembianze animali (le baccanti), all'occorrenza cannibali (strix), maligne e vendicatrici (Lamia), dedite a rituali a sfondo erotico (baccanti) legati al maligno.

In molti siti filo-esoterici viene riportato il pensiero dell'inglese Margaret Murray, esperta di studi sulla stregoneria che meglio di me spiega: "...le "streghe" erano quelle donne che, tenacemente, malgrado il mutare dei tempi, avevano seguitato ad eseguire i riti di quella religione precristiana che era estesa in tutta Europa Occidentale dall'antichità ... Proprio perché le streghe erano ancora legate agli antichi rituali, vennero definite, da chi tali rituali non condivideva, come "donne possedute dal diavolo" e i loro gioiosi e misteriosi convegni come manifestazioni oltraggiose e peccaminose. La loro bellezza venne con il tempo sempre più negata , fino all'odierna idea di bruttezza e le loro arti tanto confuse e fraintese che di loro non rimane altro che l'immagine di vecchie megere che volano in groppa alle scope, che si trasformano in animali e passano il tempo a mescolare strani intrugli in vecchi calderoni"

Disegno di Gustave Doré raffigurante la Strega di Endor che invoca lo spirito di Samuele su richiesta di Saul
La strega però riesce ad emergere "positivamente" in molte aree rurali italiane: nel ponente ligure vengono chiamate "bagiue" (le streghe di Triora) il cui significato è di donne "diverse", comunque capaci di fare fatture; in Piemonte troviamo le "masche" donne normali ma dotate di facoltà sovrannaturali che tramandano di madre in figlia, la loro indole è dispettosa e vendicativa ma non maligna, anzi anche in grado di guarire dalle malattie; le "Strii" della comasca erano donne belle o vecchine pacifiche assai sagge ed esperte conoscitrici di erbe e rimedi naturali; etc.... sono molte le località che vengono definite ... delle streghe.

Per dare una conclusione (semiseria) io mi sento di affermare che le streghe erano e sono delle profonde conoscitrici dell'erboristeria, che condividono tra loro e tramandano alle figlie il proprio sapere. Probabilmente le più giovani (e quindi belle) inesperte e bisognose di confrontarsi con le altre si riunivano, di nascosto da chi avrebbe carpito i loro segreti, direttamente nei boschi e nelle campagne dove reperivano la materia prima per le loro ricette. Si sa che tante ragazze insieme "fa festa" (oggi farebbero un aperi-sabbat) e quindi, libere dal controllo maschile, esprimevano il loro senso di libertà con danze e canti.

Le streghe di Benevento.
Gli uomini che vi si imbattevano, e che le desideravano, frustrati per non poterle avere le tacciavano di essere adescatrici in modo da non sentirsi colpevoli o per non reputarsi respinti. Ovviamente le donne prive di spirito le detestavano per invidia e da una donna invidiosa non vengono proprio dei complimenti, anzi, un bel rogo è sempre una bella soluzione. 

Ma le streghe hanno continuato per secoli a studiare, forse oggi frequentano scienze farmaceutiche all'università, ma quel che è certo che strega si diventa, con impegno e dedizione... del resto mi sembra che ultimamente gruppi di donne bellissime e colte si riunisco in vari luoghi d'Italia, in cerchio intorno ai loro tomi, professando il LIA adepte delle 3A. 

Elisabetta Taramasco

Le streghe sono esistite!


1) Chi erano le streghe? 

I trattati del XIV secolo descrivono in modo preciso le streghe e le loro azioni, tutte - come si nota -immediatamente caratterizzate dal generale sovvertimento del mondo: esse adorano Lucifero (non Dio), rifiutano i Sacramenti (non li ricercano), sacrificano-offrono i propri figli a Lucifero (invece che preservarli), partecipano a orge sessuali (invece di essere fedeli), si trasformano in animali o li cavalcano etc.

Miti e cerimonie antichissime raccontano e raccolgono storie e idee che riecheggiano in tempi e luoghi diversissimi, questo fa pensare più ad una comunanza di riti pagani antichissimi, che come un fenomeno di sostrato emergono, piuttosto che ad una esportazione dei miti di civiltà in civiltà. 
Tuttavia le streghe esistevano davvero è questo è un punto che va chiarito. 
Le streghe erano tendenzialmente persone emarginate o che si emarginavano coscientemente: se la fama, o il sospetto, di stregoneria potevano portare a vere forme di isolamento sociale, d’altro canto singolarità di abitudini o di comportamento attiravano facilmente il sospetto dapprima, poi l’accusa di stregoneria.

Per quanto ovvio, non è inutile ricordare che una grandissima parte degli inquisitori credeva nella realtà della stregoneria, come moltissime streghe credevano in ciò che confessavano. Esse preparavano pozioni, facevano incantesimi, adoravano il demonio, partecipavano a riti iniziatici al cui centro probabilmente vi erano orge o atti sessuali. Storicamente non mai è chiaro se si servissero consapevolmente della fama che le circondava, pur non prestando fede ai poteri che venivano loro attribuiti, o se invece realmente credessero in quelle pratiche e in quegli incantesimi, tuttavia esse erano vere e proprie streghe.

[Notizie tratte e rielaborate da Carlo Ginzburg, Miti emblemi e spieStoria notturna. Una decifrazione del sabbaI benandanti, Einaudi]

2) Madri e streghe?
La strega è presente con attributi costanti in tutte le tradizioni orali, miti e leggende di varie civiltà. Ma in che modo essa fa il suo ingresso nelle fiabe?
Nella tradizione della fiaba, inizialmente, non è proprio la strega “tradizionale” ad apparire: è una figura femminile sovvertitrice del normale ordine del mondo, ma non è spiccatamente caratterizzata come strega. Nelle prime fiabe ad essere largamente rappresentato è l’odio madre-figlia: proponendo un accostamento madre-strega, non sconosciuto (madre e non matrigna!).

Nelle versioni originali delle fiabe il rapporto è chiaramente mostrato. Questo l’incipit di una fiaba scozzese registrata nel 1800: «C’era una volta un re che aveva una moglie e una figlia; un giorno la moglie chiede a una trota che vive in una sorgente chi è la donna più bella, e la trota risponde che è la figlia. Da questo momento la regina decide che non avrà pace se non la farà morire».

Chi vi ricorda? Biancaneve? Ma pensate anche a PollicinoCenerentola, la stessa madre di Cappuccetto rosso

Con il XIX secolo invece (dalla seconda edizione delle favole di Grimm, per intenderci) la figlia diventa figliastra, poiché il rapporto matrigna-figlia viene sentito come più “adatto” a generare odio mortale. A livello psicologico il rapporto conflittuale madre-figlia è noto. Le fiabe raccontano la famiglia come dovrebbe essere costruendo un’immagine in negativo ed esasperando le figure in negativo e le tensioni. L’idea della pessima madre è un leitmotiv che arriva fino ai nostri giorni: basta leggere un po’ di mummyblog, pensare ad albi fortunati come Urlo di mamma, o a film per i bambini come Rapunzel (tratto da una fiaba!) o Ribelle

Madri e streghe dunque.

[Notizie tratte e rielaborate da Giuseppe Gatto, La fiaba di tradizione orale, Led]

Maria Polita dal suo Scaffale Basso per LIA

Streghe! Le origini del nome...




In origine era un uccello rapace che cacciava di notte. Responsabile delle morti in culla dei neonati, morti inspiegabili e inquietanti, si diceva che succhiasse il sangue ai bambini e li allattasse con latte avvelenato.

In origine, e parliamo di tempi antichi, il nome era strix/strigis in latino e in greco aveva lo stesso, inquietante, suono: uno stridore, voci notturne di animali strani.

Gufi, allocchi, civette. Perché questi animali cacciano quando tutti dormono? Perché si nutrono di carne strappandola? Cosa nascondono?
Il suono della civetta è inquietante, porta lontano nei ricordi, la civetta ghermisce e rapisce: topi, scoiattoli, serpenti, conigli.

Anche bambini, dunque?

Ovidio, nei Fasti (VI libro versi 131-140) ci racconta delle striges:

sunt avidae volucres, non quae Phineia mensis guttura fraudabant, sed genus inde trahunt:
grande caput, stantes oculi, rostra apta rapinis;
canities pennis, unguibus hamus inest;
nocte volant puerosque petunt nutricis egentes,      135
et vitiant cunis corpora rapta suis;
carpere dicuntur lactentia viscera rostris,
et plenum poto sanguine guttur habent.
est illis strigibus nomen; sed nominis huius
causa quod horrenda stridere nocte solent.              140

Vi sono ingordi uccelli, non quelli che rubavano
il cibo di Finea dalla mensa, ma da là deriva la stirpe:
testa grande, occhi sbarrati, rostri adatti ai furti;
penne biancastre, uncino inserito nelle unghie;
volano di notte e cercano lattanti che siano privi di nutrice,
e straziano i corpi rapiti dalle loro culle;
si dice che con il loro rostro strappino le viscere dei lattanti,
e hanno il gozzo pieno del sangue bevuto.
Il loro nome è strigi, ma il motivo del nome è dovuto
al fatto che di notte stridono orrendamente.


La strige è ancora un uccello. Quando si trasforma in essere semi umano?
Dobbiamo arrivare al Medioevo, epoca buia, fattucchiere e briganti popolano di notte boschi e foreste.

Dalla maga che compie magie e miracolose guarigioni (chi non si ricorda della Maga Circe, e del suo incontro con Ulisse, nell'Odissea?) si giunge alla strega, che mangia i bambini, che opera malefici e incantesimi.

In Romania la strega è striga e strigoiu è il vampiro. Non andiamo tanto lontano...

In tutta Europa ci sono parole che richiamano l'uccello notturno associato a una donna vecchia, dai capelli biancastri, dalle unghie a uncino, che grida parole incomprensibili, che rapisce i bambini per poi mangiarli.
Stria, striga, strega, shtriga, strigoi

E quel suono iniziale str str str riproduce molto bene lo stridere delle civette, di notte, quando trionfali si alzano in volo per ghermire topi e conigli...

Angela

STREGA CASCHERINA - una poesia di Silvia Corridoni


Strega streghina
strega cascherina,
ogni dispetto
lo metto sotto il letto.

Naso aquilino
cappello a punta fino,
scopa scopina
ti lego alla panchina.

Vieni strega
dove io ti veda,
nel buio tu appari
scompari con i chiari.

Strega puzzolente
ti senti divertente,
strega fraudolenta
sembri proprio una polenta.

Se brutta ti paventi
io digrigno i denti,
se abbai come i cani
ti caccio con le mani.

Se urli e ti dimeni
io salto e batto i piedi,
se fai volare i draghi
li buco con degli aghi.

Strega veleno
mica ti temo,
non credo che tu esisti
non vedo le tue vesti

in meno di un baleno
tu non esisti più.

Da Silvia Corridoni per Leggere Insieme … Ancora! - seguitela su leggicon.blogspot.it