Breve viaggio intorno alla diversità: Prima tappa.

La diversità come "lontananza"
Da un po’ mi frullava nella testa l’idea di poter raccontare un mini-mini-mini-mini viaggiosenzapretese,molto mini, sul tema della diversità, raccontata e illustrata in quella fetta di letteratura chiamata letteratura per l’infanzia, ma che  a me piace definire letteratura “acerba”, rubando al Maestro questa definizione che racchiude, a mio modesto avviso, il segreto di molte cose…..se non dell’esistenza stessa.
Il tema degli incontri Lia di Aprile mi ha offerto questa possibilità e così a turnazione ultimata, quando tutti o quasi, sono oramai pronti per “abbuffarsi” per il tema di Maggio, complice una malinconia agrodolce, quasi da cena al ristorante cinese, mi siedo e decido di impegnarmi a farlo.

Oh be’ certamente questo tema mi è assai caro. Principalmente perché io mi sento spessissimo tendenzialmente diversa
Diversa dall’idea che ho di me
Diversa dall’immagine che ho di me
Diversa da come credevo di poter crescere
Diversa drammaticamente dalle mie infondate aspettative sulla mia persona ;-)
Ed inoltre perché mi sembrava quasi una sfida….si perché diversità e universo bambini a mio avviso sono pressoché una tautologia. Essi rappresentano un argomento che, nel tempo, con estrema probabilità, potrebbe assurgere definitivamente ad argomento guida nella letteratura acerba, divenire un META- CLASSICO. La diversità raccontata ai bambini è un operazione di arte per arte sottile, qualcosa di vero ma non reale. E la ricerca della verità ha da sempre capitalizzato nelle arti, sia esse nobili o volgari, molte pagine, molte energie artistiche, per rivelarsi al mondo in forme differenti e come frutto di una costante trasformazione. Una sorta di panta rei, acerbo anch’esso. Ed  in questo dolce fluire mi sono ritagliata questo mini percorso, una sorta di” turisti fai da te? No Alpitour?Ahiahiahi!”.
L’idea inziale è stata partire dai mondi-specchio che questa parola evocava. E quel che immediatamente si è rivelato è stato un profumo esotico, la diversità quindi come lontananza, evocazione di universi lontani nel tempo e nello spazio. Immediato il pensiero a Sendak e i suoi mostri selvaggi, il cui tratto così moderno e vicino all’iconografia primitiva ed il suo periodare così lunare e “acerbo” hanno catturato da subito il mio cuore di bambina e quello dei miei adorati nani che lo hanno ascoltato e guardato con quella sacralità che un nano sa bene a chi destinare ;-)
Però mi ero ripromessa di non parlare di Sendak dentro me, perché un po’ detto francamente l’idea di confrontarmi con il classico dei classici mi buttava in uno stato di ansia misto a non so cosa,e un po’perché io sono una di quelle che quando pensa si aggira famelica alla ricerca dell’ogni e più remota possibilità o occasione che si voglia dire.
E soprattutto perché il binomio diversità e lontananza, intesa quasi come la possibilità di ridisegnare una geografia della fantasia senza condizione alcuna, mi ha trascinato immediatamente nel mondo suggestivo di Mandana Sadat e il suo Mon Lion- Il mio leone”
Quello edito da Terre di mezzo è un libro che fa della diversità quasi una strada obbligata, a partire dal formato, dalla scelta di essere un silent- book, dalla possibilità di innamorarsi di un leone rosso che ne sconfigge uno verde e di un bimbo nero come il carbone.

  “Un leone ed un bambino si incontrano al limitare della Savana.Il leone spalanca le fauci per mangiarselo, ma il bambino lo conquista con uno sguardo.E anche quando il leone viene messo in fuga dai guerrieri armati di lance, i due amici sono oramai inseparabili: se non nella realtà, almeno nei sogni.”



Questo di Mandana Sadat è uno di quegli albi che si leggono col cuore, in cui la sua bravura (sostenuta e riconosciuta anche dall’ assegnazione del famoso Prix France Télevision) sta nell’ aprire mondi su mondi in ogni angolo del libro.
Questo è un libro pieno senza bordi, con i colori caldi della terra a cui fa eco, Mama Africa. Ma abbandonandosi ad una lettura più profonda scopri che quella geografica è una similitudine apparente, poiché ciò che quelle immagini vanno a toccare è un calore universale.
Il calore della costruzione di un amore, in ogni sua espressione, che deve necessariamente passare attraverso la sofferenza e l’abbandono di una parte di se per potersi riconoscere nell’altro.
Il calore del viaggio e il suo superbo simbolismo. Il viaggio fisico in groppa al leone, il viaggio onirico come fuga dalla realtà, il viaggio come migrazione del punto di vista, come apertura all’altro. Tutto questo viene reso magistralmente dall’autrice/illustratrice attraverso un tratto pieno ma non ingombrante che sembra portare con se quella sensazione di mai fine, di continuum tipica delle dune di un qualunque deserto, quella tenera e sognante confusione che solo i bambini riescono a trasformare in poesia accostando forme e creature improbabili. “Il mio leone” è una storia senza tempo e senza età, a cui ognuno può appiccicare quello che gli va se gli va. E se non gli va tutt’al più potrà riempirsi gli occhi di rosso e sabbia.
Immediato mi balza al cuore l’altro accostamento ovvero la diversità come viaggio, come migrazione del punto di vista appunto.
Il viaggio continua ... ci vediamo alla prossima tappa.
Benedetta



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